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Sul Messaggero: intervista a Monaldi & Sorti

3 febbraio 2021

La coppia di scrittori parla del romanzo (in uscita domani) in cui immagina il Bardo che narra la vita di Alighieri. «Il poeta e Beatrice hanno la nobiltà e l’arguzia di Amleto e di Macbeth»

«Il nostro Dante con gli occhi di Shakespeare»

di Renato Minore

Scriviamo come viviamo. A casa nostra vita e scrittura sono tutt’uno»: così Rita Monaldi, anche a nome di Francesco Sorti, presenta il lavoro in coppia, coppia legale e coppia letteraria ora alla prova più temeraria del loro coniugale laboratorio di scrittura. Il Dante di Shakespeare di Monaldi & Sorti, che esce domani, è la ipotetica trascrizione in forma di romanzo della prima parte di una trilogia teatrale perduta, in cui il genio di Stratford narra la vita di Dante intrecciandola con la trama del suo capolavoro, con le immagini di Inferno, Purgatorio e Paradiso. Sul palcoscenico, ecco avventure e disavventure, tradimenti, lotte, in scena l’infanzia e la giovinezza del Poeta, la morte della madre, l’incontro con Beatrice, i rovesci famigliari e politici, le tentazioni del sesso, l’amicizia con Cavalcanti…  Tutto vero o verosimile in questo primo Inferno, cui seguiranno un Purgatorio e un Paradiso, secondo un incalzante plot romanzesco garantito dall’espediente del manoscritto ritrovato che accomuna molta letteratura, da quella “alta” al feuilleton. E con duecento pagine di appendici, «stampella di lunghe ricerche storiche e letterarie» che è una lettura piacevolissima e un approfondimento che si legge quasi come un racconto, illumina, spiega, propone. «Con la penna di Shakespeare abbiamo tentato di giungere fin là, dove nessuno, se non lui, Sommo Sacerdote delle passioni umane, sarebbe potuto arrivare: a toccare con mano la mente e il cuore del padre dell’intera civiltà occidentale», così Rita Monaldi che precisa come solo il grande Bardo poteva dare voce al Sommo Poeta. «Se avessimo messo in bocca a Dante le nostre parole, saremmo caduti nel kitsch e nell’improbabile. A Dante e Beatrice servono la nobiltà e l’arguzia di Amleto, di Enrico V, di Macbeth».

Ma a proposito dell’attendibilità romanzesca rispetto a quella storica e filologica: c’è un episodio o una figura o una situazione in cui nel romanzo l’invenzione si sia maggiormente scatenata, lasciandosi alle spalle ogni fonte, ogni verso, ogni minimo riferimento bibliografico?

Sorti: «Non accade mai. La nostra immaginazione si scatena proprio quando c’è il dato storico reale, che spiazza e suggerisce sviluppi. Quando scopri che l’Inquisizione confiscò le proprietà dei vicini di

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«LA RAI HA ANNUNCIATO CHE FARÀ UNA SERIE TV DA QUESTO LIBRO: CI SONO PRODUTTORI TEDESCHI CHE VOGLIONO ENTRARE NEL PROGETTO»

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casa di Dante, amici degli Alighieri; oppure che il primo ritratto di Dante in Inghilterra è stato stampato nella cerchia editoriale di Shakespeare».

Paolo e Francesca e Romeo e Giulietta: c’è un’idea dell’amore che li può accostare?

Sorti: «Così dicono anche gli studiosi di Shakespeare, che hanno notato nelle due coppie una concezione simile del romantic love: affrontano la passione come una tragedia, ben coscienti di ciò che stanno commettendo. Paolo e Francesca, infatti, non dimentichiamolo, finiranno dannati. È interessante, tra l’altro, che Montecchi e Capuleti compaiono per la prima volta proprio nel Purgatorio».

La Divina Commedia, che è interpretabile nell’epoca della cultura manoscritta, lo diventa ancora in quella nostra di Internet e degli algoritmi?

Monaldi: «L’Arte è immortale, anzi, di più, è eterna, e quindi è sempre attuale: i capolavori sono sempre esistiti in mente Dei, lassù da qualche parte. Gli autorinon fanno altro che catturarli e portarli quaggiùper i lettori.L’autore diuncapolavoro immortale non ne è, in realtà, che l’amministratore. Se ne fosse davvero l’autore, il capolavoro non sarebbe tale, bensì un mero “apocrifo”, nel senso letterale del termine».

La Commedia ha una lunga tradizione performativa che dal Trecento porta fino a Benigni. Questa sua natura ha favorito l’incontro con la pièce elisabettiana.

Sorti: «È uno degli aspetti di Dante che ci affascinati di più. La Commedia (ma non siamo noi a scoprirlo) è figlia anche dell’arte di strada, dei guitti, del teatro popolare. E delle sacre rappresentazioni medievali, in cui il popolo recitava il rito della Pasqua o della Natività. Per questo i dialoghi danteschi spesso hanno il ritmo di uno spettacolo teatrale».

E il Trecento fiorentino si rispecchia non solo nella Commedia e nei poeti stilnovisti, ma anche nelle parole di Amleto o Lucrezia?

Sorti: «Ciò che i nostri due grandi hanno in comune è l’orizzonte morale. Da una parte l’inesorabile ruota della Fortuna, che risponde solo a Dio; dall’altra l’uomo, che deve lottare rinunciando ai vizi, ai peccati, alle scelleratezze. Un concetto molto vivo e fecondo nel Medioevo. Non a caso Shakespeare è stato ironicamente definito dagli inglesi “il nostro più grande scrittore medioevale”».

Rivisto oggi, il docudrama realizzato con Albertazzi su Dante appare bloccato in una certa monumentalità didattica, senza vero racconto. È difficile raccontare Dante come fiction?

M: «Sì, perché di Dante tutti vorrebbero vedere la Commedia, che però dal punto di vista della trama è sostanzialmente una galleria di personaggi, senza lo sviluppo dell’Eneide o dell’Odissea. Noi speriamo di avere trovato la chiave narrativa giusta».

Ora c’è la fiction che avrà come base il vostro libro. Come prosegue il progetto?

Sorti: «Dopo l’annuncio del progetto, la notizia è rimbalzata un po’ ovunque, ci hanno scritto perfino dal Giappone. Sono arrivate proposte di coproduzione da vari produttori tedeschi, tra cui quelli che hanno partecipato al Nome della Rosa. Dante è una garanzia, e non ha scadenza. Non a caso, il ministro Franceschini su Dante ha chiesto alla Rai di produrre qualcosa “da far circolare non solo in Italia ma nel mondo”. Il nuovo direttore di Rai Fiction, Maria Pia Ammirati, è donna di rara sensibilità letteraria: non potremmo immaginare un capitano migliore per realizzare questa impresa».

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