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Dante di Shakespeare recensito sul Corriere della Sera

Giochi letterari Il duo Monaldi & Sorti immagina per Solferino un’opera biografica sul poeta fiorentino scritta dal drammaturgo inglese ~ ORA VI RACCONTO LA VITA DI DANTE. Firmato: William Shakespeare

di Roberta Scorranese

Vertigine. C’è da perdersi dentro le visioni di Dante, dentro il labirinto morale della Commedia, dentro l’intrico di simboli e allusioni che è l’architettura del Medioevo. Dunque, lasciate ogni bussola o voi ch’entrate. Perdersi nel mondo di Dante è l’unica strada giusta, sembrano suggerire Rita Monaldi e Francesco Sorti mentre si cimentano in un progetto letterario ambizioso sin dal titolo: Dante di Shakespeare, uscito da poco per Solferino.

E, sì, la coppia (anche nella vita) più eccentrica della letteratura italiana ha immaginato un dramma biografico sul poeta scritto dal drammaturgo più famoso di ogni tempo. Vertigine. Maestri nell’ordire trame venate di mistero ma sostenute da ricerche storiche al limite del puntiglio letterario, Monaldi&Sorti riappaiono quattro anni dopo I dubbi di Salaì, imperniato sul giovane apprendista pittore, con un’opera che non è propriamente un omaggio a Dante e nemmeno a Shakespeare. È piuttosto un omaggio alla letteratura e alla sua forza visionaria, capace di resistere a secoli di storia per farsi canone, come nella classificazione stilata da Harold Bloom. E anche qui, «marchio di fabbrica» del duo, la struttura narrativa gioca su piani diversi, dalla scrittura teatrale alla prosa fino all’appendice saggistica finale. Sì, vertigine.

Ma perdersi vuol dire prima di tutto immergersi nella Firenze tra il Milleduecento e Milletrecento, seguire Dante e la sua vita come l’avrebbe sceneggiata Shakespeare secondo la finzione di Monaldi&Sorti in questa prima parte di una trilogia evidentemente ispirata alla ripartizione (a 700 anni dalla morte del poeta) in Inferno, Purgatorio e Paradiso.

Sin dalla sua comparsa, infante pronto per essere immerso nel fonte battesimale il 27 marzo 1266, Dante ci appare come un’anima incalzata da una famiglia difficile, dalle tensioni politiche che incendiavano Firenze, persino dall’ombra di una madre tanto attraente quanto  cagionevole, Bella degli Abati. Lei incede in chiesa, con il neonato in braccio, al fianco di Alighiero Alighieri, padre del futuro poeta, nonché uno che «al posto del cuore ha il fiorino», come sibila il velenoso Gabriello Sacchetti all’ombra del Battistero fiorentino.

Il testo è come una caccia al tesoro: ricordi e rimandi, piccoli enigmi, tracce di commedie del Bardo

E qui il lettore colto può cominciare a divertirsi: non sembra familiare l’espediente drammaturgico del circondare di personaggi ambigui un’anima bella al fine di far risaltare la sua purezza? Non si sente l’eco della dolce Ofelia assediata dal «marcio in Danimarca»? Chi ha dimestichezza con i libri di Monaldi&Sorti sa che il lettore è chiamato ad un ruolo attivo, innestando ricordi e rimandi, divertendosi con piccoli enigmi o, come in questo caso, giocando a riconoscere le tracce shakespeariane nella biografia in forma di opera teatrale. E gli autori si muovono danzando su un crinale difficile: raccontano Dante come lo avrebbe raccontato il Bardo, con la sua sensibilità e, naturalmente, le regole morali e culturali del suo tempo.

E a questo punto ci si chiederà: come conciliare la visione religiosa dell’Alighieri con l’epoca shakespeariana, quella dello strappo protestante? Intanto una rapida scorsa all’appendice ci dimostra che il drammaturgo inglese non è rimasto estraneo alle suggestioni «papiste». Ma, soprattutto, qui la religione diventa tensione morale, travaglio per i peccati commessi, colpe che riaffiorano. E l’orizzonte etico dantesco finisce per assomigliare in modo sorprendente a quello dell’autore

di Macbeth, due epoche assimilate da un sentire che trascende i secoli. Con ironia lo storico Dereck Brewer ha infatti definito Shakespeare «il nostro più grande autore medioevale». Gli scrittori annotano che «trionfi e rovine dei sovrani inglesi in Shakespeare seguono un concetto cardine dei medievali: l’eterna ruota della Fortuna, con le ascese e gli ineluttabili rovesci della vita umana. Inoltre, a gettare in rovina uomini e regni non è un destino cieco, ma sono i peccati e i vizi a cui si abbandonano».

La caccia al tesoro nel testo prosegue a mano a mano che il poeta diventa adulto. E così, nelle schermaglie tra uomini e donne nel giorno del suo matrimonio c’è l’eco di commedie come Misura per Misura. La fragilità di Dante ricorrerà più volte in questo libro. Fragilità prima di tutto fisica: secondo numerose ricostruzioni, all’origine della scrittura visionaria di Dante ci sarebbe, tra l’altro, una forma di epilessia, fonte di mancamenti e di distorsioni della realtà.

Anche Marco Santagata, nelle sue ricerche, ha parlato di un disturbo che avrebbe condizionato l’Alighieri addirittura nell’infanzia. Dunque, seguiremo un giovane uomo che si commuove, che finisce per piangere, per svenire, per restare imbambolato quando vede Beatrice. Shakespeare ci avrebbe raccontato un Dante così? Non lo sapremo mai (a meno di clamorosi ritrovamenti di opere o carteggi), ma di certo in questo libro il poeta fiorentino acquisisce vita, energia, passione. È più umano, insomma.

Perché se è Shakespeare che può raccontare l’Alighieri e non viceversa, per motivi storici, è anche vero che le due figure finiscono per compensarsi a vicenda. C’è una vena di teologia e di filosofia medievale nel teatro di Shakespeare; ma ne esiste anche una teatrale nei versi di Dante, per esempio.

Si dibatte ancora oggi sulla diffusione orale della Commedia ai tempi del poeta e resta il famoso aneddoto racchiuso in una delle novelle di Sacchetti: Dante s’imbatte in un fabbro che canta i suoi versi a memoria, ma poiché ne storpia alcuni, l’«eccellentissimo poeta volgare» si infuria e getta a terra tutti gli attrezzi del poveruomo. Dunque, l’opera era molto diffusa per voce e d’altra parte la sua stessa struttura sembra fatta per questo. Senza contare gli appelli al lettore, che ricorrono di frequente.

E l’amore? Ha un’importanza ben maggiore di quanto si possa immaginare. Esattamente come nelle opere di Shakespeare. Ma bisogna arrivare fino alla fine, a pagina 539, per coglierne la portata politica, quella teologia dell’amore che si intreccia con Aristotele, il Cantico dei Cantici, Matilde di Magdeburgo e Beatrice. Non stupisce, così come non meraviglia che temi tanto complessi alla fine ci risultino familiari.

D’altra parte, Harold Bloom lo aveva scritto: «Dante o Shakespeare? Non abbiamo bisogno di scegliere. Loro ci scelgono e ci superano».

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