• Wednesday, 28 February 2024
La nuova era inizia il 27 novembre all’Opera di Roma
21 Nov
9:55

La nuova era inizia il 27 novembre all’Opera di Roma

di MONALDI & SORTI

Potrebbe meritare il titolo di memorial day del sacrificio individuale. Il 27 novembre è stato scelto dall’Opera di Roma come data di avvio delle prossime quattro stagioni. Una scelta coraggiosa e innovatrice: questa data non ci riporta solo al giorno dell’inaugurazione dell’allora Teatro Costanzi (1880, con la Semiramide), ma anche a un gesto umile di coraggio, abnegazione ed estremo sacrificio al servizio del prossimo. Di questo ci parla infatti Dialogues des Carmélites di Francis Poulenc, che aprirà la stagione domenica prossima sotto la bacchetta brillante ed entusiasta di Michele Mariotti e l’attesa regia di Emma Dante, una Prima che verrà trasmessa in diretta differita su Rai5 alle 21.15.

Nel tardo pomeriggio del 17 luglio 1794 sedici religiose carmelitane del convento di Compiègne salgono volontariamente sulla ghigliottina e vengono giustiziate una dopo l’altra, mentre intonano dolcemente il Laudate Dominum. La piazza gremita di popolo assiste in un silenzio irreale (normalmente i condannati venivano derisi e insultati) a questo corteo di sedici donne – giovani e anziane, modeste o di nobili natali – prive del velo e avvolte nei bianchi mantelli del profeta Elia, che montano sul patibolo senza l’ombra di un’esitazione. Le più anziane sono aiutate a salire i gradini del patibolo da suor Maria Enrichetta della Provvidenza, la 34enne carmelitana infermiera che colpisce per la sua naturale bellezza. A ogni decapitazione, il coro perde una voce. Mentre le teste rotolano una a una nell’orribile secchio che raccoglie i resti dei condannati, e il tanfo insopportabile del sangue che ristagna ovunque rende irrespirabile già fin dal mattino l’aria rovente di luglio, il Laudate Dominum si fa sempre più flebile: quattro coriste, tre, due… Un altro colpo di lama: si spegne anche il canto di suor Maria Enrichetta, e infine l’ultima voce rimasta, quella della priora, madre Teresa di Sant’Agostino: ha voluto essere l’ultima a salire sul patibolo di modo che le sue figlie spirituali potessero chiederle il permesso di morire. “Permission de mourir, ma mère?”, hanno domandato una a una inginocchiandosi davanti a lei e baciando senza farsi vedere la piccolissima statuina di terracotta con l’effigie della Vergine col Bambino, celata nel palmo della priora (statuina che una donna del popolo lì vicino scorse e accolse dalle mani della priora prima che questa salisse al patibolo: oggi la possiamo contemplare nella teca del convento di Compiègne). Una scena di sangue a dir poco sconvolgente, con cui culmina anche il capolavoro di Poulenc.

Storicamente, va ricordato che le sedici inermi religiose vennero condotte al boia con l’accusa di «fanatismo»: null’altro che la fedeltà ai loro valori, ai loro riti e al loro credo. Come se la fede (potremmo dire: qualsiasi fede) potesse ipso facto essere punita, anzi annientata. Durante il processo-farsa il pubblico ministero finì per ammettere apertis verbis, nel contraddittorio con una delle religiose che rispondeva coraggiosamente alle accuse, che il capo di accusa era la professione religiosa delle imputate.

La piccola comunità comprendeva sia umili donne del popolo che ex nobildonne della grande aristocrazia. Una comunità pacifica e democratica (la superiora veniva periodicamente eletta a scrutinio segreto) come quella che predicavano – ma uccidendo e devastando – i rivoluzionari di Liberté Fraternité Egalité (peraltro apertamente misogini: nell’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert alla voce “Cittadino” si specifica che le donne non sono veri cittadini…).

Perché pensare proprio al 27 novembre come potenziale giorno della Memoria per tutti i perseguitati a causa delle loro idee, della loro fede, delle loro scelte più intime e spirituali?

Ce lo spiegano i documenti storici a noi giunti. Con decreto del 27 novembre 1790, l’Assemblea Nazionale costringeva il clero ad abiurare. Il sacrificio estremo era stato scelto a priori dall’intero Carmelo di Compiègne, e non come semplice azione di difesa della propria fede davanti al tribunale Rivoluzionario, bensì sul piano soprannaturale. La Francia assisteva da anni alle stragi e ai terrificanti bagni di sangue del Terrore sotto il regime di Robespierre. Sideralmente lontane da qualsiasi desiderio d’insurrezione o di lotta politica, le carmelitane scelsero l’unico tipo di opposizione in cui credevano: il martirio. Un’immolazione come moneta di scambio, la morte come sacrificio per placare il Terrore, secondo la famosa frase di Tertulliano “Sangue di martiri, seme di cristiani”, che è la forza della fede cattolica.

Due anni prima dell’esecuzione, infatti, la piccola comunità aveva messo spontaneamente ai voti su proposta della Madre superiora l’offerta della propria vita per salvare quella altrui (l’esatto opposto di quanto facevano i rivoluzionari). L’azione delle carmelitane sarebbe avvenuta in segreto e con l’unica arma disponibile: la preghiera. Un’orazione giornaliera di offerta della propria vita per «placare il Terrore», fermare le condanne a morte e far liberare i prigionieri.

Il voto espresso si compì infallibilmente: arrivarono le assurde accuse dei rivoluzionari, il processo, la condanna (giusto il 16 luglio 1794, festa di Nostra Signora del Monte Carmelo) e la ghigliottina il giorno dopo. Ma altrettanto infallibilmente, consumato il supremo sacrificio arrivò la liberazione della Francia. Esattamente una “decade repubblicana” (la settimana di dieci giorni istituita dai rivoluzionari) dopo lo sterminio del Carmelo di Compiègne, il cittadino Robespierre durante una convulsa e drammatica assemblea venne esautorato e arrestato. Sarà ghigliottinato il giorno successivo.

Le piccole suorine di Compiègne avevano vinto. Ironie del destino: Robespierre esce di scena esattamente 50 giorni dopo aver attraversato Parigi alla testa di un’inquietante processione ispirata al fumoso culto dell’Essere supremo, di cui l’Incorruttibile si presentava come il gran sacerdote.. La processione era avvenuta l’8 giugno 1794, giorno di Pentecoste: era infatti intesa a soppiantare la cattolica Pentecoste, che significa proprio “Cinquantesimo giorno”… Esattamente cinquanta giorni dopo quella processione, il 28 luglio 1794, la testa di Robespierre rotolava nel cesto del boia.

Risorse man mano il culto cattolico, e infine il 27 novembre 1830, quarant’anni esatti dopo l’obbligo di abiura (approvato il 27 novembre 1790) inflitto al clero sotto minaccia di morte, ebbe inizio nel convento di Rue Du Bac a Parigi l’era delle apparizioni mariane che dura tuttora.

Le coincidenze non sono finite: la priora del convento, madre Teresa di S. Agostino (per il mondo, Marie-Madeleine Claudine Lidoine), all’inizio del suo mandato aveva scoperto negli archivi della comunità un fascicoletto di 44 pagine (oggi ancora conservato) risalente alla fine del secolo precedente, secondo cui a un’aspirante novizia si era dischiusa, in una sorta di sogno ad occhi aperti, una predizione: un giorno la comunità di Compiègne, tranne due o tre sorelle, sarebbe stata invitata a «seguire l’Agnello», cioè Cristo, Agnello di Dio immolato sulla croce per la redenzione del mondo. Poco dopo la giovane aveva preso i voti: era il 1694, giusto 100 anni prima del futuro sacrificio delle Carmelitane di Compiègne.

Nel 1792 madre Teresa di S. Agostino rivelò alla sua comunità la profezia dell’Agnello e propose la preghiera quotidiana di offerta in olocausto collettivo. Alla fine le carmelitane sfuggite al martirio (erano assenti per caso al momento dell’arresto) furono proprio tre.

Se il dramma delle Carmelitane di Compiègne è ospite fisso nei teatri lirici di tutto il mondo bisogna curiosamente ringraziare un’autrice non francese bensì tedesca: fu Gertrud von le Fort nel 1931 con il romanzo Die Lezte am Schafott (L’ultima sul patibolo) a rendere familiare al grande pubblico una vicenda prima rimasta confinata nelle raccolte di martiri religiosi della Rivoluzione Francese. Resoconti ampissimi e dettagliati (come quello dell’abate Aimé Guillon del 1821) di questa vera e propria strage (migliaia i religiosi impiccati, fucilati, ghigliottinati o deportati in Guyana), apparvero già nei primi decenni dell’Ottocento, ma per il clima politico sfavorevole ebbero circolazione lenta e difficile. Ancora oggi, per un forse malinteso senso di diplomazia, nessuno dei quei martiri religiosi della Rivoluzione Francese è stato ancora canonizzato. Sono stati semmai beatificati, come appunto le nostre carmelitane.

Il romanzo della Le Fort introduce in verità il personaggio fittizio di Blanche de La Force, che poi passerà anche nel lavoro incompiuto di Bernanos (i suoi dialoghi erano concepiti per un film, tratto dal romanzo del 1931, ma non vennero poi adottati) e da qui infine nell’opera di Poulenc, fornendo un altro baricentro narrativo rispetto ai fatti storici. Il nome di Mademoiselle de La Force riecheggia autobiograficamente la stessa autrice von Le Fort, reduce da una lunga e meditata conversione dal protestantesimo al cattolicesimo avvenuta proprio a Roma, e mostra sentimenti d’incertezza e tormento che non appartennero alle religiose di Compiègne.

L’unica a non desiderare la morte, per sua stessa ammissione, fu infatti suor Maria dell’Incarnazione (al secolo Françoise-Geneviève Philippe, di stirpe reale perché figlia del principe di Conti), alla quale però sarà permesso di sfruttare a fondo tale diversa disposizione d’animo: sfuggendo al processo e alla ghigliottina (era una delle tre assenti al momento dell’arresto), dopo lunghi anni di nascondimento e di rimorsi (muore nel 1836) sarà biografa delle altre religiose ed unica relatrice di prima mano della loro vicenda. Anche la figura della vecchia priora, che muore poco eroicamente davanti a Blanche tra mille dubbi e tormenti nel romanzo della von Le Fort, è fittizia: la ex priora, Madame de Croissy, nipote del celebre ministro Colbert, morì cantando sul patibolo insieme alle altre.

I corpi delle martiri, denudati (le vesti andavano a istituzioni pubbliche), vennero interrati quasi clandestinamente, come tutti i 40 giustiziati di quel giorno a place de la Nation, in una fossa nel convento di Picpus, alle porte della Parigi di allora, e che oggi, con i resti di 1306 vittime della Rivoluzione, è luogo di elezione per tutti coloro che a Parigi vogliano dedicare qualche meditazione all’altra faccia di ogni ideologia.

Come si vede, un quadro narrativo ancora più coinvolgente e sorprendente di quello fissato da Gertrud von Le Fort. Alla quale però bisogna restare grati per aver fatto da battistrada, portando nella coscienza letteraria moderna le religiose di Compiègne e la loro eroica impresa, che finirà più volte anche sugli schermi del cinema. Poulenc, che già conosceva il testo di Bernanos, lesse per la prima volta Die letzte am Schafott a piazza Navona, seduto a un tavolino del caffè Tre Scalini. Fu quindi sotto il cielo e la luce di Roma che nacque – ricorda Poulenc stesso – il suo fortissimo desiderio di portare sul palcoscenico musicale l’epopea delle piccole carmelitane francesi. Con un’esitazione reverenziale che ricorda quella di Proust, di fronte all’ardua impresa che si prefigge (e che infatti lo terrà impegnato per tre anni d’intenso lavoro) Poulenc si chiede se saprà trovare musica all’altezza di tale materia. La scommessa è stata vinta: ancora una volta la forza della musica ha onorato i più alti valori umani, e anche quelli sovrumani.

In questo senso, ricordando che l’opera di Roma è «capace di tradurre in arte il nostro tempo e la condizione umana», e che col suo repertorio «siamo davanti a un mondo che non vogliamo nascondere», il sindaco della capitale Roberto Gualtieri e il maestro Michele Mariotti non hanno fatto vuota retorica.

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