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Dante di shakespeare recensito su Il Foglio

DANTE DI SHAKESPEARE. AMOR CH‘A NULLO AMATO

Solferino, 352 pp., 19 Euro

di Roberto Paglialonga

Le domande della vita richiedono una risposta credibile. Perché cercare l’amore significa cercare la verità. Certo, la parabola del Sommo “dentro” la Divina Commedia è conosciuta; ma la parabola “prima” e “oltre”, chi la conosce veramente? Può aiutare il Dante di Shakespeare, della premiata coppia – nel lavoro e nella vita – Rita Monaldi & Francesco Sorti. E si vedrà come ciò che visse Dante – le sue pene, i suoi tormenti – parli anche a noi, qui, oggi.

I due autori, dopo il successo di Imprimatur e più recentemente di Malaparte. Morte come Me, fanno centro un’altra volta con il loro romanzo storico, che si presta a diversi piani di lettura, essendo anche saggio, opera teatrale e sceneggiatura televisiva pronta per la Rai. Pennellando una storia – a tratti sconosciuta o su cui non v’è unanimità di interpretazioni – dall’andamento rock romantico, che rende “vivo” il Sommo, aiutando a comprenderne la profetica attualità e suggerendo spunti di riflessione. Si va dalla giovinezza fiorentina (come decifrare il proprio posto nel mondo?), alle faide tra guelfi e ghibellini (può esistere una verità in politica?), alle frizioni tra carne e spirito (ci può essere amore solo nella passione?), alle dispute sull’esistenza di Dio (fede e ragione sono conciliabili?), in un intreccio tra salvezza e perdizione che lega fatti terreni e flash visionari della Commedia.

Il Poeta è preso – in una traccia ricalcata su una finzione narrativa, il ritrovamento di un dramma teatrale in tre parti sull’Alighieri, attribuibile proprio a Shakespeare: qui si inizia dall’inferno, ça va sans dire) – negli anni della sua maturazione. Quando le risposte al combattimento interiore non possono venire dalle mezze misure della parzialità. Quando non ci si può accontentare della sicumera scientista, che certo spiega ma non convince, di un amico come Guido Cavalcanti, cantore della sola passione, ubriacato dalle tesi dei filosofi averroisti che tradussero parzialmente Aristotele, corrompendone il pensiero e anche certa parte della Chiesa; o degli insegnamenti di un maestro, foss’anche Brunetto Latini, ammirato ma dedito “all’adorazione del Sapere fine a se stesso” e cacciato nell’Averno perché “mondanetto”. Le risposte devono venire dalla totalità dell’assoluto. Lì dove fede e ragione, mente e cuore, si ricompongono. Nell’”intelletto d’amore”, dove “il dopo non esiste più, ma solo un eterno presente”. Per colmare la distanza che da questo ci separa, suggeriscono a Dante Pietro de Rotis (“il Templare”) e la monaca Piccarda, occorre spianare il proprio ego e “disboscare la selva d’errore in cui ci siamo fatti gettare dalle scienze pagane”. Riportando il cuore nel posto che gli spetta. A Dio. Perché, diceva Hans Urs von Balthasar, “per il mondo solo l’amore è credibile”.

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